Bufera giudiziaria sui rifiuti a Napoli
Nel mirino il Commissariato per la gestione dell’emergenza immondizia. Ai domiciliari anche Marta Di Gennaro, l’ex vice di Bertolaso, e i responsabili di impianti di smaltimento campani. Avrebbero fatto produrre ‘finte’ ecoballe, solo spazzatura impacchettata, senza alcun tipo di trattamento.
«Cominciamo con il primo aiuto: non rompete le balle sulla stabilizzata». «Appunto» e poi successivamente: «noi stiamo parlando di una discarica da truccare e voi dovete aiutarci a fare quello». Le conversazioni intercettate riguardano Marta Di Gennaro responsabile del servizio sanitario di protezione civile e Guido Bertolaso, attuale sottosegretario ai rifiuti e allora commissario straordinario per l’emergenza.
Due frasi che contengono il nome dell’operazione eseguita dai carabinieri del Noe ‘Rompiballe’ e spiegano il senso di una inchiesta che ha il suo epilogo in un’ordinanza di 643 pagine in cui è indagato il prefetto di Napoli Alessandro Pansa e che ha portato agli arresti domiciliari 25 persone tra cui proprio l’ex braccio destro di Guido Bertolaso Marta Di Gennaro, il dirigente della Regione Campania ed ex consultente della Protezione civile Michele Greco, i vertici di Ecolog (l’ad Roberto Cetera e il direttore tecnico Lorenzo Miracle Bragantini), nonché funzionari del Commissariato e imprenditori.
L’inchiesta riguarda la gestione dello smaltimento da parte del Commissariato di governo e delle società del gruppo Impregilo Fibe, Fibe Campania, Fisia, Fisia Italimpianti dopo il 2005. Uno scenario in cui i personaggi coinvolti chiamati a gestire l’emergenza rifiuti, sembrerebbero tenere conto solo di interessi economici a dispetto di ogni riguardo per i cittadini campani e per la loro salute.
Una «colossale opera di inquinamento del territorio, posta in essere anche grazie a connivenze presenti ai
più alti livelli e perseguita anche confidando nella possibilità di nascondere, proprio sotto le tonnellate di quei rifiuti che si dovrebbero smaltire correttamente, la pessima gestione degli stessi». Parole eloquenti quelle dei pm della procura di Napoli Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo che nell’ordinanza firmata dal gip Rosanna Saraceno, descrivono il clima in cui sono maturati i presunti illeciti alla base dell’operazione ‘Rompiballe’.
Secondo i magistrati, per quanto riguarda i soggetti privati coinvolti nell’inchiesta «le vicende dimostrano la persistenza di un modello di gestione piegato esclusivamente ad interessi economici e quindi incline, anzi abituato a violare qualsiasi interesse collettivo» compresi «quelli della salute e dell’ambiente».
Le società del gruppo Impregilo affidatarie del servizio, sostengono i pm, con la complicità dei funzionari del commissariato di governo, peggiorando ancora lo stato terribile in cui versavano gli impianti di selezione, non trasformavano in maniera corretta i rifiuti che invece venivano smaltiti in maniera illecita sia in discarica, come è avvenuto a Lo Uttaro, nel casertano, sversatoio sequestrato dalla magistratura, o a Villaricca, chiusa nel 2007.
Tra i rifiuti ricevuti secondo l’inchiesta, c’erano anche quelli pericolosi, cosa di cui erano tutti a conoscenza. Il sistema di lavorazione dei rifiuti era ‘fittizio’, al punto che quelli a valle dei trattamenti avevano le stesse caratteristiche fisico-chimiche, sia che fossero qualificati come frazione umida, sia che fossero ecoballe. Queste ultime venivano addirittura private della confezione di film plastico che le tiene insieme, e pressate in modo da fare assomigliare il contenuto a inerti e smaltirle in discarica.
Fonte: Quotidiano Il Firenze del 28 Maggio 2008, articolo di Amalia De Simone





















